È così che ci appartiene il mondo

UNA PREMESSA BRECHTIANA

“Molti di coloro che vengono perseguitati perdono la capacità di riconoscere i propri difetti. La persecuzione appare loro come la più grave delle ingiustizie. I persecutori, dato che perseguitano, sono i malvagi, mentre loro, i perseguitati, vengono perseguitati per la loro bontà. Ma questa bontà è stata battuta, vinta, inceppata e doveva quindi trattarsi di una bontà debole; di una bontà difettosa, inconsistente, su cui non si poteva fare affidamento; giacché non è lecito ammettere che alla bontà sia congenita la debolezza così come si ammette che la pioggia debba per definizione essere bagnata.”

Questo è un brano che Bertolt Brecht scrisse nel 1935, due anni dopo l’avvento al potere di Hitler in Germania. È parte del saggio Cinque difficoltà per chi scrive la verità contenuto all’interno della raccolta Scritti sulla letteratura e sull’arte. È stato un monito durante la scrittura del testo. Volevo evitare di finire nelle paludi del vittimismo e del reducismo che da lì a poco si sarebbero aperte per il ventennale del G8 di Genova, nel 2021.

Molte volte la persecuzione conferisce una specie di patente morale. Eppure, la giustezza dei nostri valori non dipende dall’intensità con cui vengono repressi. Se le vittime assumono la loro persecuzione come un’identità può accadere che smettano di farsi domande.

Qui sotto inserisco la lettura della parte più dolorosa di È così che ci appartiene il mondo: il pestaggio ignominioso al quale ho assistito e dal quale si sviluppa il testo:


BREVE STORIA CON RISATE

È il 21 luglio del 2001 quando la polizia entra nel mio campeggio e mi porta nella caserma di Bolzaneto. Il reato contestato è associazione a delinquere finalizzata alla devastazione e al saccheggio. Un’imputazione utilizzata quasi a tappeto nei fermi di quelle giornate.

“Ho preso diversi colpi, calci e pugni, sono stato costretto a stare in piedi con le mani sopra la testa e appoggiate al muro per diverse ore – quasi un giorno – senza mangiare né bere, ho ricevuto insulti abbastanza prevedibili (l’immancabile zecca, tua madre fa questo e quello, sfasciavetrine) e ascoltato canzoncine che inneggiavano alla morte degli ebrei e dei negri e alla grandezza di Pinochet e del duuu-ce (perché le guardie romane lo pronunciavano
così, con una “u” bassa e prolungata, le labbra a culo di gallina che esplodono nel “ce” finale secco e accompagnato talvolta dalla mano destra che si tende con gioco di polso da vecchi giocatori di biliardino). Credo di essere stato fortunato: non mi hanno spaccato i denti a calci, non mi hanno fratturato un braccio, non mi hanno inondato gli occhi di spray al peperoncino, non ho riportato un’emorragia cerebrale o toracica, non mi hanno minacciato di stupro, non mi hanno lanciato per le scale a testa in giù, non mi hanno spento sigarette sulla pelle, non sono andato in coma e non mi hanno sventolato un cazzo a pochi centimetri dal naso.”

L’Espresso pubblicò un estratto della prima parte del libro in cui ho cercato di dare un contesto alla vicenda.

All’interno della caserma di Bolzaneto, non c’è niente che – ancora oggi – mi sembri più misterioso delle risate delle forze dell’ordine che coprivano le urla di dolore .
È da qui che nasce l’esigenza di scrivere. E paradossalmente saranno proprio le diverse risate che sentirò da quel momento in poi a fornire la lente d’ingrandimento attraverso cui osservare l’intera vicenda.

Milan Kundera ci racconta che il primo sorriso appartiene al diavolo: sottolinea che le cose del mondo non hanno senso. La risata dell’angelo arriva in seguito, per rimediare allo strappo del diavolo. È una risata goffa che vuole dimostrare che, invece, la creazione di Dio è perfetta. Stesso parola ma due intenzioni opposte.
Per Luigi Pirandello invece l’umorismo possiede un’empatia più profonda del comico che nasce dal contrasto: per esempio una signora anziana che si veste da ragazzina (comico da contrasto) di cui riusciamo a comprendere la motivazione profonda – per esempio: vuole ancora piacere al marito più giovane (umorismo).
Nelle Eumenidi di Eschilo troviamo invece la violenza delle Erinni che affermano che per onorare la giustizia bisogna coltivare il terrore nel cuore: “È bene che ci sia terrore, che la paura stia a guardia dei pensieri, seduta sopra di loro” perché quando l’uomo ribelle affogherà un dèmone sorriderà di fronte a lui.” È una risata di scherno e di superiorità.

Nella faccia degli avvocati della polizia, in quella di un giornalista de Il Manifesto, nel racconto della spogliarello di Sabrina Ferilli condiviso nel carcere di Alessandria, nella bocca delle forze dell’ordine di Bolzaneto, nel tentativo di schermirmi mentre raccontavo gli eventi, in tutte questi episodi la risata è stata presente.
Nonostante si tratti di una visione laterale, o forse proprio per questo, mi è sembrato il modo più efficace per comprendere ciò che era successo.


TRAPPOLE PER PARLARE DEL MOVIMENTO DI GENOVA E NON SOLO, CREDO

Credo ci siano una serie di inganni retorici che vadano evitati al fine di raccontare al meglio i movimenti politici e culturali del passato. Mentre nel libro raccontavo la mia esperienza, mi sono accorto di aver toccato alcuni punti che qui mi limito a elencare:

  1. Nessuno a Genova era innocente, e nessun innocente ha mai cambiato la storia. Rosa Parks non era semplicemente la signora afroamericana che nel 1955 a causa della stanchezza non riuscì ad alzarsi per cedere il posto riservato ai bianchi in un autobus in Alabama, no, Rosa Parks fece un’azione politica deliberata contro una legge dello Stato. Funzionò perché Parks, a differenza di altre militanti prima di lei, ottenne attenzione mediatica e innescò una rivolta profonda.
  2. Mitopoiesi e magnifico sconfittismo. Due elementi narrativi che nascono ex post, cioè quando il movimento è finito e rimane la nostalgia e la voglia di mostrare quanto, nonostante la sconfitta storica, noi che ne facevamo parte eravamo la meglio gioventù. Da una parte si evitano le contraddizioni e dall’altro si schiacciano i giovani sotto il peso di un passato epico. Il sottotesto è se non ce l’abbiamo fatta noi… Oltre al compiacimento, il rischio è la consegnare in eredità un bel po’ di disillusione a chi, più giovane, vorrebbe cambiare le cose.
  3. Riprendo il Bertolt Brecht dell’inizio: “Ma questa bontà è stata battuta, vinta, inceppata e doveva quindi trattarsi di una bontà debole.” Mi sembra che per il drammaturgo la parola bontà sia di carattere identitario, mentre la debolezza sia più di carattere strategico, non una caratteristica insita del movimento. Uno dei passi da fare potrebbe essere svincolarsi dall’identità vittimaria e ragionare sulle nostre responsabilità rinunciando a denunciare per l’ennesima volta quanto i media siano in grado di manipolare il reale e lo Stato di essere spietato. Lo sappiamo già.
  4. Sicuramente ci sarebbe da dire qualcosa sulla mascolinità tossica dello scontro e dell’incapacità di comprendere che il conflitto è qualcosa di più ampio e raffinato della piazza. O, meglio ancora, che le piazze sono molte.
  5. L’atteggiamento drammaturgico o letterario è necessario anche a livello politico: come hanno insegnato i più grandi autori – da Eschilo a Primo Levi – bisogna avere il coraggio di comprendere le ragioni, anche ostili, dell’altro. Di una narrazione tesa a esplorare l’essere umano, e non a vincere. Il rischio è la macchietta e la deumanizzazione, fenomeni che ci allontanano da qualsiasi comprensione.


UNA PRESENTAZIONE

Qui sotto metto il video di una presentazione che ricordo con piacere e in cui vengono toccati i temi più intimi del libro:


IL TITOLO

Questa è la conclusione della Ballata delle madri, una poesia di Pasolini:

“È così che vi appartiene questo mondo:
fatti fratelli nelle opposte passioni,
o le patrie nemiche, dal rifiuto profondo
a essere diversi: a rispondere
del selvaggio dolore di esser uomini”

È una poesia molto importante per Pasolini e che è stata oggetto di diverse esegesi. Adesso, mentre la rileggo e la confronto con il mio testo, capisco di averne deviato il senso: per Pasolini il conformismo vile e feroce, trasmesso dalle madri, rende uguali – al di là delle passioni e delle bandiere – nel tentativo di rifiutare qualsiasi diversità. È in questo modo che “vi” (lui non si colloca in questo insieme, si direbbe) appartiene il mondo.

Ci si sente un po’ ridicoli a confrontarsi con uno dei più grandi poeti italiani del ventesimo secolo, ma vado avanti e giustifico questo paragrafo inserendolo come commento ricorsivo sull’ironia di cui sopra. Comunque, ecco, credo di essermi appropriato del verso per farne altro. Quello che ho sentito, osservando i vent’anni che mi separavano da ciò che era accaduto Bolzaneto, è che quell’evento mi aveva tagliato in una maniera che non riuscivo a comprendere tramite nessuna considerazione politico-sociale . E che però quel taglio era anche una maniera in cui osservavo il mondo. Forse erano proprio questi tagli che ci accomunavano tutti:

“Ho capito che non è solo una ferita, ma una sorta di segreto. Che non ci posso fare niente, e che questo non è necessariamente un male. Che quell’evento è diventato parte di me. E in silenzio osservo l’oscurità levigata e refrattaria delle sue domande: com’è possibile infliggere dolore a un essere umano immobile, com’è possibile riderne, cosa avrebbe detto mio padre, lui ha mai avuto così tanta paura, cosa succede quando rimani fermo di fronte a un massacro, cosa significa veramente giustizia. Le domande notturne del mistero che siamo. E sento anche che ognuno di noi – consapevole o meno – risponde alle domande senza risposta del suo monolite, che sia un lutto, un abuso sessuale, un amore finito, un genitore mai conosciuto, una terra natale abbandonata. Sono domande abissali che non rassicurano ma da cui è bene lasciarsi colpire. Ci permettono di perdere pericolosamente le nostre certezze. E di dare parola al dolore. In fondo, è così che ci appartiene il mondo.”