Pubblicato da Feltrinelli Editore nel 2017, Teorema dell’incompletezza è il mio primo romanzo. Il nome di questo sito viene da qui. Più esattamente dal concetto di “incompletezza” elaborato dal logico-matematico Kurt Gödel che dimostrò che ogni sistema produce delle verità che il sistema stesso non è in grado di dimostrare.
Kurt Gödel rivelò che perfino nel tempio pulito della razionalità matematica le cose non tornavano.

Per fare un esempio più semplice, si trattò di accettare che i famosi paradossi contenuti nel linguaggio – per esempio: io sono un mentitore, che è indecidibile perché nessuno può sapere se affermo il vero o no – avessero una risposta ma che dall’interno del sistema, il linguaggio o la logica, non si potesse dimostrare. Ma la risposta, questo dimostrò matematicamente Gödel, c’è.
Il romanzo è la storia di due fratelli che scoprono che il padre è morto in circostanze diverse da quelle che avevano sempre saputo. Non si era trattato di una tragica rapina nel suo bar, ma di una morte legata alla Storia italiana, alla guerra civile che si accende in fiammate quali la rivolta torinese di Piazza Statuto e il G8 di Genova, che attraversa lo stragismo di stato e le pagine del memoriale Moro.
L’incompletezza è una verità politica che non si può dimostrare, la vita sconosciuta del padre, ma è anche – per quanto riguarda i due fratelli – la possibilità di accettare emozioni inconfessabili. A dispetto del nome che qualcuno in casa editrice giudicò un po’ freddino, la storia è anche un sotterraneo tentativo di elaborare un lutto e di capire come germoglia una relazione di affetto.
In più c’è un fantasma che appare (più o meno come un vecchio e caro fantasma amletico) e chiede che qualcuno osservi com’è andata la storia veramente. E tutto parte dal quartiere di Centocelle, dove il padre aveva il bar, e dal ritrovamento di una cornice con tre monete celebrative degli scudetti della Roma.
Mentre lo racconto di nuovo, a distanza di anni, mi rendo conto che potrebbe mettere un po’ paura, e dare l’impressione di essere “complicato”. Forse sì, forse un po’ lo è.
In ogni modo, il romanzo ha vinto il Premio Italo Calvino nel 2015.
Se volete saperne di più, a questo link trovate recensioni, video e altri link ancora.
L’ironia è una figura retorica ma anche una strategia emotiva.
Uno dei fratelli protagonisti di Teorema dell’incompletezza, Tito, era molto poco ironico. Era una persona spirituale, molto intelligente – a suo modo -, un poliziotto che leggeva molto e che rivendicava senza problemi il suo protagonismo nella macelleria messicana della Diaz e di Bolzaneto. L’altro fratello invece era un ragazzo che usava costantemente l’ironia come strategia difensiva dal dolore del lutto e dalla possibilità di prendere in mano la sua vita.
Non si tratta esclusivamente di ironia – per quanto il concetto possa essere plastico -, ma propriamente di risate, quelle che provo a mettere in fila in È così che ci appartiene il mondo: una testimonianza in cui racconto e rifletto su quello che mi accadde quando mi portarono nella caserma di Bolzaneto durante il G8 di Genova del 2001.
È un testo piuttosto agile che nasce dall’idea di scrivere un articolo su quell’esperienza e che poi diventa un piccolo libro. Come definirlo bene, non so. Diciamo che non ho mai creduto alla scrittura come terapia, eppure alla fine del testo ho trovato delle intuizioni che non avrei mai scoperto altrimenti. E non si trattava di intuizioni stilistiche o letterarie, ma di qualcosa che aveva a che fare con la mia vita, con quello che era diventata a partire da quell’evento.
Volevo affrontare Genova 2001 e la sua repressione violenta con un atteggiamento il più possibile scevro di vittimismo e di reducismo. E anche senza quella specie di retorica da magnifici sconfitti che i movimenti si trascinano dagli anni ’70. E, ancora, senza sembrare innocente perché, come insegna la lotta di Rosa Parks, il termine viene utilizzato più come arma retorica che come descrizione.
Credo di aver trovato la mia codardia e, per l’appunto, un sacco di strane inquietanti risate: quelle dei poliziotti, quelle di un giornalista del Manifesto, quelle degli avvocati, quelle di mio padre. E sono riuscito a percorrere tutto con l’aiuto di alcuni testi di Kundera, Eschilo, Brecht e Pirandello, ognuno dei quali è stato indispensabile per guardare più a fondo.
Anche qui, se desiderate saperne un po’ di più, c’è un link da seguire: qui
E proprio da Eschilo, dalle Eumenidi, viene la citazione che apre Le Furie: “E ancora vi ordino: custodite nel cuore della città ciò che fa tremare”. Il romanzo esce nell’aprile del 2021, qualche mese prima di È così che ci appartiene il mondo e ne condivide una certa postura tragica, credo.

È la dea Atena a parlare nella citazione di Eschilo. Prima del giudizio che assolverà Oreste e lo salverà dalla furia vendicatrice delle Erinni, la dea invita i cittadini di Atene a non cacciare fuori dalle mura della città il tremendo, il δεινός, in questo caso rappresentato dalle orribili Erinni. In qualche maniera nelle Eumenidi nasce simbolicamente il tribunale moderno e il tremendo – quindi, in questo caso, la faida, la vendetta – non è più un modo di amministrare la giustizia.
La trilogia di Eschilo si conclude in una maniera molto rivelatoria: le Erinni, sconfitte, vengono accompagnate nelle grotte sotto la città dove rimarranno e saranno omaggiate dai cittadini. Quindi le Erinni vengono poste alla base della giustizia, sotto l’Aeropago ateniese. Non vengono rimosse o cacciate. Questo finale ci suggerisce che dobbiamo continuare a guardare le forze tremende che abbiamo sconfitto, perché se non le guardiamo sono pronte a tornare.
Vabbe’, abbiamo capito! Ma di che parla ‘sto romanzo?
La storia principale è quella di Clementina che incontra l’uomo che aveva abusato di lei trent’anni prima. È una donna spigolosa, ruvida, che non ha mai dato un nome alle violenze che ha subito. Ha un figlio, Matteo, che non sa di essere il figlio di quell’uomo violento e intellettuale. E non ha nessuna voglia di entrare in gruppi di autocoscienza femministi perché non ci si piange addosso.

Eppure la collisione di un incidente stradale mette in moto anche una possibilità dolorosa di emancipazione: che forma assume la giustizia quando la legge non è più in grado di intervenire?
Altre note e letture del romanzo si possono trovare a questo link
In qualche maniera sia Le Furie sia È così che ci appartiene il mondo nascono dalla domanda intorno al significato della giustizia. Come se nell’essere umano e nel corpo sociale siano presenti delle forze antiche – le Erinni di ogni natura, emotiva e politica – che dobbiamo sforzarci di osservare per impedire che prendano il sopravvento.
