Le furie

GLI EFFETTI DEMOLITORI DELLA VIOLENZA

Le furie esce appena dopo l’onda lunga della pandemia di Covid19: presentazioni online, mascherine e sguardi storti quando qualcuno starnutisce.
La domanda che guida il libro: cosa succede quando riveliamo una violenza subita in un passato lontano?

All’inizio del romanzo la protagonista, Clementina, riconosce l’uomo che aveva abusato di lei decenni prima. Lei nel frattempo ha abbandonato le ambizioni artistiche. Ha un figlio che non sa di essere figlio dell’abusatore: Leonardo.

Questo romanzo condivide con È così che ci appartiene il mondo un’esplorazione del significato della giustizia e della vendetta: le furie sono le Erinni greche, divinità più antiche di Zeus, custodi della memoria del crimine e dedite alla vendetta. Nel romanzo sono anche un gruppo misterioso che punisce gli uomini accusati di violenze sessuali ispirandosi al contrappasso dantesco.
Clementina non crede nella condivisione e considera l’autocoscienza femminista uno spazio per piangersi addosso. Non è mai riuscita a dare un nome a quello che ha subito.
Quello che compirà è un percorso doloroso di definizione e consapevolezza di quell’evento.

Tra le altre cose, Leonardo è una persona differente della persona che abusò di Clementina. È un uomo di cultura raffinata, un abile manipolatore, un uomo che non diremo mai e poi mai che ha fatto che ha fatto.
In più anche lui nel corso della storia tenterà di elaborare la sua violenza. Non so se sia efficace la giustizia riparativa, forse sì, sicuramente è un nobile tentativo, tuttavia un’altra domanda è stata: per quanto un uomo sia sincero e sinceramente pentito sarà mai in grado di comprendere gli effetti demolitori della sua violenza nel corso del tempo?


Questa è la sua voce. L’interpretazione meravigliosa è di Stefano Fresi che ringrazio molto:

“Non sono mai riuscito a individuare la scaturigine del Male in nessuna storia. Non riesco a trovare un confine chiaro tra il carnefice e la vittima che si sente in diritto di rispondere con altrettanto Male all’offesa subita. Voglio dire: non credo che esista un carnefice puro, privo di un passato di persecuzioni. Potrei parlarvi di quello che è successo nella mia infanzia, di alcuni amici di mio padre, ma a chi servirebbe? Giusto al mio coraggioso e ingenuo psicoterapeuta. Oppure potrei sostenere che il Male non ha causa. A volte mi verrebbe persino da dire che c’è solo buio e nessuna voce amica intorno. Che sono solamente uno dei tanti che ha ricevuto la visita di un imprecisato diavolo.
Tuttavia una cosa la so: quando dicono che uno stupro è stata la conseguenza di una passione furiosa e ingestibile, vi stanno mentendo. Non c’entra l’istinto. Io l’ho preparato per giorni. L’ho immaginato. Pianificato come si pianifica un assalto. Ho visto le sue difese sguarnite quando parlavo di entrare in contatto con i nostri corpi, come se fossimo attori. Mi ricordo la sua schiena diventare dritta, in allerta. Quando affrontavo certi argomenti, assumevo la maschera dell’uomo esperto, perfettamente consapevole dei dettagli di alcuni giochi. Altre volte invece, di fronte ad altre allusioni, mostravo un sorriso innocuo e assecondavo il suo puerile tentativo di evitare educatamente l’argomento. Clementina era irreprensibile nell’evitare aggressività o maleducazione, come se le buone maniere la potessero salvare dal Male. In me, lo devo ammettere, produceva uno strano effetto: nelle mie fantasie ero un padrone dai costumi liberali che colonizzava il corpo di una contadina. Mi piaceva l’idea che non possedesse il vocabolario per riconoscere la mia sopraffazione. Che sapesse che c’era qualcosa che non andava ma non riuscisse a identificarla. Che piano piano, nel dolore, trovasse il piacere e la necessità della sottomissione alla mia rigida disciplina. Mi rendo conto di un’altra cosa: persino quando, in seguito, lei mi cercava per il sesso, io mi eccitavo solamente se la immaginavo resistere. Ho ritrovato quest’appunto: Lo stupro non cerca il piacere tramite un potere, ma il cerca il potere stesso. Non so da quale libro provenga, però c’è qualcosa di astratto in questa frase, qualcosa che mi viene immediatamente da respingere, forse come qualsiasi discorso sul potere che parla del potere come male-in-sé che non abbia la giustificazione di essere pronunciato da un ragazzo di sedici anni. E se, invece, tutta la sessualità fosse imperniata sulla violenza e sull’inganno? La femmina che si nasconde, si tira indietro, chiede timidamente aiuto e il maschio che la rincorre, la spoglia e la prende. Molte donne urlano ‘no! no!’ mentre godono e altre ancora hanno fantasie di violenza. Qualcuno afferma che le fantasie di violenza maschile e sottomissione femminile siano il frutto solamente di un immaginario patriarcale. Mi chiedo, tuttavia, come potremmo sostituire le fondamenta mitiche della nostra sessualità, quale altro Apollo e quale altra Dafne? Non voglio trovare alibi per le mie violenze. Ho letto molto in questi ultimi anni e ho capito che i nostri fantasmi di sottomissione devono rimanere fantasmi. Se qualcuno, contro la nostra volontà, li rende reali ci spezza qualcosa dentro. Ci mette di fronte al Male.”


UNA RECENSIONE

Sulla Lettura del Corriere della Sera Peppe Fiore scrisse una recensione bella e molto puntuale:


EBBENE SÌ, L’AMORE

Un’altra lettura di Stefano Fresi riguarda invece il rapporto fragile, incerto, incredibile, tra due persone che iniziano ad amarsi.
Matteo è seduto sul posto del passeggero quando Clementina, la madre alla guida, riconosce improvvisamente Leonardo lungo la strada. A causa dello shock Clementina passa con il semaforo rosso e colpisce lo scooter di Giulia, un’operatrice in un centro antitratta.

Clementina, che non è proprio il prototipo dal quale edificare una civiltà solidale e rispettosa, fugge via nonostante il figlio le intimi di fermarsi.
Matteo in seguito si metterà sulle tracce della ragazza colpita e conoscerà una persona molto determinata e impegnata politicamente. Tra loro succederà qualcosa a cui sarà difficile dare un nome esatto.

“Non sono così sicuro di averlo vissuto a lungo, l’amore. Anche se ci sentiamo speciali e unici e benedetti da qualche divinità eccitante, la prima forma dell’amore ‐ quello che accadde a Giulia e Matteo, ma anche a Clementina e Mario e a Leonardo ed Elis – è abbastanza universale: la scoperta della pelle dell’altro che non è minimamente come ce l’aspettiamo, è più fredda o morbida o gracchiante o fumosa, ma dopo qualche giorno diventa il termometro del resto del mondo, la pelle non più confine, la pelle una materia prima di un altro paese, necessaria per far andare avanti le nostre industrie per sfamare le nostre periferie per cominciare una nuova guerra. Il sesso come una cascata di neve e lava e miele e universi che ci esplodono in testa e impregnano i polpastrelli. La vita che finalmente inizia per davvero, l’essere umano che si partorisce un’altra volta, lontano da genitori e in viaggio lungo i fiumi, strade sconosciute e fiori luminosi di una luce che sbianca il passato e mostra i petali variopinti di domani. L’attesa che rintocca scoordinata nel nostro petto. La violenza oscena della dichiarazione io-ti-amo che cade come una goccia d’acqua gigante a mangiarsi il mondo su cui camminiamo e tutto prende il colore di quell’acqua. L’ingiustizia infame in cui si trasformerebbe la propria morte, quando la vita è così levigata e piena, l’aereo che non deve cadere, il nostro amore più forte della gravità. Essere in due, sempre, una patologia senza antidoto, le altre persone come antibiotici scaduti, le altre persone solo controindicazioni. La rovente sensazione di essere salvi, nelle mani del dottore-maestro-psicanalista giusto anche se non possiamo definirlo così, né tantomeno ammettere di essere umani, quindi alla ricerca di comprensione, riscatto, assestamento. La fine della possibilità umana di amare ventisette persone e mezzo contemporaneamente e la reductio ad unum sed completissimum, come avrebbe detto il mio professore di latino in confusione semantichetilica. La morte soffiata e implorata per gli amanti antichi che osarono sfiorare l’altro, povero ingenuo, sviato strappato mescolato con inganni ancestrali, ignaro del vero amore. Il momento in cui tossicchiamo con gli amici, abbandoniamo un discorso per dire che ehm… abbiamo conosciuto una persona, la sensazione conclusiva di non poter spiegare cosa significa quella nuova relazione agli abitudinari, logori, arresi, a tutti. La memoria come una droga stupida e noiosa che non vogliamo più prendere, le abilità le parole i godimenti di ieri asfaltati fino al prossimo inverno. Ma ogni coppia è da sola. Dopo un certo tempo trascorso insieme sulla terra, la sua forma non somiglierà più a nessun’altra. E se la prima forma dell’amore è qualcosa che conosciamo tutti, risulta invece molto più spinoso comprendere quello che accade oltre il confine, dove è probabile che le candele si spengano e nel buio affiori qualcos’altro.”


UNA BREVE INTERVISTA VIDEO

Di seguito, un video della rubrica La lettera del TG5 in cui provo a descrivere con notevole gestualità i dilemmi intorno ai quali ruota il testo:


L’ULTIMA LETTURA, L’INIZIO DEL ROMANZO

“Il Caos generò la Terra e la Terra generò il Cielo. Era una notte perenne: il Cielo si accoppiava incessantemente con la Terra e la luce non trovava spazio tra loro. Soprattutto, i figli della loro unione non potevano uscire dal grembo della Terra. Così la Terra estrasse l’acciaio dalle sue viscere, ne fece un falcetto affilato e pregò i suoi figli di liberarla. Tuttavia essi rimasero in silenzio, terrorizzati dal Cielo. Tra loro solo Crono promise di ribellarsi al padre: in agguato nel ventre della Terra, afferrò e tagliò con un colpo netto i genitali del Cielo. In questo modo separò i genitori; la luce trovò spazio e il tempo iniziò a scorrere. Le gocce di sangue cadute dal membro virile del Cielo impregnarono la Terra e generarono le Furie: divinità della vendetta, custodi della memoria di ogni crimine, meticolosamente dedite alla punizione del colpevole.

Non ricordavo nulla dei miti greci. Ora che ho riletto le tragedie, i poemi e le teogonie, posso dire che la segreta saggezza dei classici si rivela quando li affrontiamo nell’ultimo tratto della nostra vita. L’ho fatto perché non avevo un altro modo per capire quello che è successo. Perché ‐ dopo aver trascritto ogni ricordo, rintracciato gli articoli di giornale dell’epoca e, perfino, riletto la trascrizione dell’interrogatorio ‐ continuava a sfuggirmi il cuore della storia: la giustizia. Anche se, lo confesso, prima della morte di mio figlio non avevo mai pronunciato questa parola senza l’imbarazzo che mi trasmettono i concetti astratti e retorici.

Eppure, quando credevo di aver concluso il racconto ho buttato via tutto quello che avevo scritto, e ho cominciato daccapo. È successo in seguito all’improvviso arrivo di un manoscritto nella mia nuova casa: lei mi rivelava cosa aveva provato per tutti questi anni. E involontariamente mi mostrava che non ero il protagonista e che non esistevano solo le mie emozioni. Ero solamente uno dei personaggi della storia. Quindi non ho più scritto “io”. E osservarmi da lontano ‐ “lui, quello là” ‐ mi ha aiutato a riconoscere le mie parti inconfessabili e a comprendere la natura delle mie azioni.

Nonostante non sia mai stato all’altezza dell’ideale di mio figlio, raccontare la verità mi ha permesso di onorare la giustizia in cui credeva. Vorrei tanto che fosse qui. Anche per chiedergli cosa è la vendetta: le Furie sono le tremende forze pronte a sgretolare le mura della civiltà o sono le profonde radici da cui nasce la giustizia?”