Teorema dell’incompletezza

PLAGI E PRESENTAZIONI

Rileggendo il romanzo, la prima cosa che ho notato è stato questa specie di omaggio stilistico (o plagio, si parva licet componere magnis) a David Foster Wallace. È un brano in cui provo a delineare alcune temi sotterranei e alcune scene del libro:

“Questa storia è iniziata venti giorni fa e nonostante abbia invocato ogni notte la protezione degli dèi dell’accidia e del lassismo per rimanere estraneo a ogni possibile coinvolgimento, mi trovo costretto ad ammettere che ho imparato una quantità di cose che mai e poi mai nella mia routine.
Per esempio adesso so che due più due uguale quattro fa acqua da tutte le parti, so che l’incompletezza è molto simile a quel pezzo di ceramica rotta che non combacia mai quando vai a incollare, so che tutto ciò ha tremendamente a che fare con quella roba stregonesca chiamata emozione, so che baciarsi con la bocca ingolfata dal ghiaccio produce risultati non necessariamente sgradevoli, che i gatti sono animali estremamente più educativi dei cani, che c’è una nebbiolina di scintille rosse dentro le acciaierie, che contro ogni arido oscurantismo scientifico dovremmo incentivare nuovamente l’usanza di mangiare il cuore dei morti, che il nostro passato reale è una sequenza di potenziali foto senza sorriso e questo vi dovrebbe far seriamente rivalutare i cheese idioti e accantonare le pose elitarie e luddiste quando arriva il momento della foto di famiglia, che il sonno di luglio produce mostri e paesi innevati, che l’esercito romano non ha mai fatto la guerra d’inverno, che un colpo di un fucile a canne mozze non vi uccide con certezza ma può passare il cofano e fondere il motore di una macchina in corsa, che è inutile competere con le donne sul terreno emotivo-deduttivo, meglio mettersi in un cantuccio con le mani sopra la testa e sperare che passi in fretta, che non è detto che Dio o Unkulunkulu o Odino o Allah o Tloquenahuaque voglia essere chiamato per nome, nel dubbio provate a immaginare il rispettabile ma fastidioso tentativo di miliardi di persone immotivatamente sicure del loro pugno di lettere che lo invocano con la faccia compunta o saccente o delirante (ammesso poi che ci sia qualcuno ad ascoltare), che nel cervello si nascondono insetti poco accondiscendenti con il nostro supposto libero arbitrio, che convivere per molti anni con un terrorista non implica indubbiamente il fatto di esserne consapevoli, che le storie sui fantasmi dentro un castello immerso nella brughiera con armature cigolanti e quadri occhieggianti sono decisamente inattendibili sebbene non mi azzarderei a dirlo a voce alta di notte in mezzo alla brughiera e forse nemmeno in un quartiere solare e sgraziato della periferia romana.
Non mi azzardo da venti giorni fa, quando, di ritorno dall’incontro con Sirio, a casa vedo mio padre in calzoncini corti e ne sento la voce e non capisco cosa succede.”

Anche se, in realtà, la prima cosa che ho notato è il tentativo di metterci dentro tutto. È un po’ questa, credo, la magia degli esordi e la maledizione dei libri a venire in cui scopri che potevi tenerti qualcosina da parte.

Qui sotto la mia primissima presentazione da cui Feltrinelli ha estratto alcuni brani letti da Vinicio Marchioni e alcune riflessioni di Paolo di Paolo:



IRONIA E TRAGEDIA

A parte la ricerca storica, credo di essermi impegnato molto per la ricerca della voce adatta. Non volevo fosse melodrammatica o troppo seriosa. Volevo che il narratore avesse il piglio leggero di chi è nato dopo i vari -ismi della nostra storia: l’ironia che tenta di disinnescare sia le emozioni, sia le Grandi Narrazioni Politiche. Ma che, allo stesso tempo, dovesse comunque scegliere, prendere parte (almeno a livello interiore), e non accomodarsi nel grembo del disinteresse o del relativismo.

Il quartiere romano di Centocelle da cui provengono alcuni personaggi della storia è un personaggio a sua volta. Rappresenta bene quell’ironia romana in grado di sgretolare valori sacri, ma anche quel disincanto fatalista che non prende mai di petto il potere, se non lateralmente, attraverso i fogli di Pasquino per esempio. Un quartiere, una città in cui le risate divorano i margini dei discorsi:

Manfredonia, cucs gam

“Sirio e Luca stanno facendo per la settantaduesima volta la lista delle più belle scritte murali. D’altronde il podio per adesso sembra inamovibile: primo posto Manfredonia gioca cor core, er core gioca con Manfredonia (fatta al quartiere Pigneto dopo che a Manfredonia, ex giocatore della Roma molto contestato in quanto già ex laziale, venne un infarto), secondo posto Ali Agca, grazie lo stesso! (fatta sul lungotevere dopo l’attentato fallito al Papa) e terzo posto Ma nun era mejo se c’avevo preso? Nostradamus (fatta nei primi di gennaio del 2000 da un nichilista ingenuo che riteneva che la fine del mondo non potesse slittare di qualche mese come poi difatti avvenne con lo scudetto della Lazio nel giugno 2000).”

Cosa succede quando l’ironia si trova di fronte al dolore, al lutto, alla guerra civile?
Dopo aver scritto Teorema dell’incompletezza ho riletto Amleto e ho visto per la prima volta l’ironia di Amleto. Della prima lettura ricordavo il personaggio dubbioso, astuto e indecifrabile, ma non il suo sarcasmo. Il fantasma del padre di Amleto è un condottiero, l’archetipo del re severo, e anche la madre, Gertrude, non spicca per ironia. Quindi da dove arriva l’ironia di Amleto?

Nel quinto atto della pièce, quello diventato iconico in cui il principe viene rappresentato con il teschio in mano (per qualche motivo associato erroneamente al monologo “to be or non to be”), Amleto si rivolge a Yorick, il giullare di corte della sua infanzia. È lui il teschio. Era lui che lo ha sempre fatto ridere: “E dove sono adesso i tuoi sberleffi, le burle, le capriole, le canzoni, i folgoranti sprazzi d’allegria che facevan scoppiare dalle risa
le tavolate?”
Va bene, però che c’entra? Ecco, mi sembra che nel fantasma paterno che appare in Teorema dell’incompletezza il giullare Yorick sia presente quanto il condottiero.
Inoltre, benché provenga da un’epoca di geometrici conflitti sociali – gli anni ’60 e ’70 – e benché li abbia vissuti nel cuore della fabbrica, della contestazione della lotta armata, il fantasma porta con sé qualcosa di più ancestrale della lotta e della coscienza di classe. Qualcosa che ha definito limpidamente Pasolini nelle Ceneri di Gramsci in cui, rivolgendosi al filosofo politico, racconta di essere “attratto da una vita proletaria a te anteriore, è per me religione la sua allegria, non la millenaria sua lotta: la sua natura, non la sua coscienza.”

Quindi, per concludere, credo che sia il narratore, sia il fantasma di suo padre, in una maniera tutta loro, siano inadeguati alla Tragedia che devono affrontare. Anche se poi saranno costretti a farlo.
Questo che segue un piccolo brano narrato dal punto di vista del fantasma che mostra una manifestazione (in realtà, poco ironica) del 1977:

Subito dopo l’uscita del libro, un mio amico, Bruno, mi spedì questa foto scattata mentre faceva un reportage in mezzo a un gruppo guerrigliero colombiano

“Colpi secchi di pistola come sillabe nervose e storte.
Io indossavo un vestito nero a tre pezzi. Appena uscito dalla camera ardente.
Persone col casco che brandivano canne da pesca e racchette da tennis. Individui in passamontagna color zafferano. Pistole splendenti alle mani. Un tizio alto, peloso e capellone con un’ascia in mano. Mani rapide che prendevano molotov già confezionate da una scatola di cartone tagliata e portata tra le braccia da un ragazzo come un vassoio a un ricevimento. Li ricorderò sempre i figli barbari contro la civiltà dell’obbedienza al politico, della paura del criminale, dell’essenza statistica, del vetusto gesto del chinare la testa e di accontentarsi dei resti della festa. Attese amare del paradiso e del sol dell’avvenire. Come fossero tram sempre fermi al capolinea. Figli indegni della faccia di Aldo Moro sconfortata maliziosa piegata a consolare gli astanti che lui è come loro e che mai e poi mai qualcuno potrà essere processato duramente in questo paese, figli dell’alieno gelido Andreotti, della sfinge ottusa Zaccagnini, del lupo affilato Cossiga, del flaccido secchione Berlinguer, della porchetta lungimirante Craxi, del turpe nano Almirante. I figli del questore, professore, psicanalista, dottore, ingegnere, capobastone, prete, secondino, capo di condominio, tutto l’album di uno stivale colonizzato da passioni tristi da rifiutare, da fuggire e nella fuga cercare un’arma, deterritorializzarsi, smarcarsi, schivare e sparare. Una masnada che smetteva i panni della vittima e indossava quelli del carnefice e in una piazza diceva basta, questo no, anche se non aveva un piano, un progetto chiaro, solo questo poteva dire, ciò che non siamo, ciò che non vogliamo.”

UNA RECENSIONE

Nonostante un titolo fuorviante, sulla Lettura del Corriere della Sera uscì una bella e lucida recensione di Emanno Paccagnini:


ALTRI PERSONAGGI

Tito è il fratello del narratore. Poliziotto che rivendica l’operato delle forze dell’ordine a Bolzaneto e nella scuola Diaz durante il G8 di Genova. È più grande e carismatico. Ha una notevole retorica e una lista molto lunga di letture alle spalle. Persegue lo stesso obiettivo deel narratore con mezzi differenti. Ha una visione della storia italiana piuttosto originale, di certo distante da quella comunemente accettata. Se il narratore è fondato su ironia e malinconia, Tito è abitato dalla Fede e dalla voglia di vendetta.

A questo proposito, penso che sia molto importante entrare nei panni del fascista o del trumpiano, per capirci, senza giudicare, evitando qualsiasi giudizio di natura morale. Se mi fosse concessa una paternale sulla letteratura affermerei che una delle sue funzioni sia portarci in posti scomodi, conversare e comprendere persone alle quali nella nostra quotidianità faticheremmo a stringere la mano. Forse è proprio nel momento in cui tocchiamo il fascino dell’Altro o addirittura del Male (qualsiasi esso sia), rendendogli dignità – oltre lo stereotipo con il quale ci proteggiamo e ci consoliamo -, che riusciamo a capire come affrontarlo.

Albert Einstein e Kurt Gödel furono colleghi all’Institute for Advanced Study di Princeton. Einstein affermò che a volte andava in ufficio solo per avere il privilegio di tornare a casa e conversare con Gödel che reputava uno dei più grandi logici di tutti i tempi. Mi piace molto questa foto perché Einstein sembra un onesto vecchietto di paese pronto a scegliere una panchina per nutrire i piccioni e Gödel una specie di rifugiato nazista in Sudamerica prestato al narcotraffico.

Elena è un personaggio che sfugge alle leggi del femminile, a cui abbiamo costretto il femminile, una donna goffa con una sensibilità “lucida”. È indipendente e ruvida. Studia matematica e lavora con i computer, è una silenziosa forza motrice che porta l’incompletezza gödeliana con il quale sconvolgerà la vita emotiva del narratore. Durante la scrittura avevo in qualche modo l’impressione che lei fosse sempre un passo avanti, ma senza compiacersi, né mostrarlo (forse educata, come molte donne, a non incrinare l’ego dell’uomo a livello intellettuale).

Nel piccolo brano seguente c’è una piccola descrizione timorosa del narratore:
“Sento una piccolo timore mentre osservo Elena seduta che ostenta i suoi occhi del colore degli alberi. I suoi occhi che cartografano il mondo intorno, lo sezionano in numeri e ne svelano i codici soggiacenti. Sarei dovuto scappare via, magari dirottando una macchina, non avrei mai dovuto accettare questa capitolazione al grembo caldo e accogliente che nasconde intenzioni di cattura. Finiremo per andare in profondità a causa delle sue tecnologie materne degli affetti e, come i buoni e vecchi edipici insegnano, ci metteremo insieme o meglio sarò soggiogato da lei per sempre. Mai franare nell’intimità. È così che si disossano gli uomini.”

La foto di Gödel mi permette di ricapitolare la sostanza del suo Teorema: in ogni sistema formale coerente (come la matematica), esistono proposizioni vere che non possono essere dimostrate all’interno del sistema stesso. Quindi uno dei principi della matematica viene rovesciato. Abbiamo sempre studiato che ogni enunciato ben formato è o vero o falso, senza una terza possibilità. La matematica è in grado di dimostrarlo vero o falso. Quello che Gödel dimostra è che esistono enunciati veri ma non dimostrabili dallo stesso sistema che li ha generati.
Per tornare al romanzo, Elena declinerà questa dimostrazione in forma emotiva e narrativa.

Immaginare Gödel come un “narcotrafficante” mi permette anche di parlare di Sirio. Un amico del narratore, militante di un posto occupato, che oscilla tra compiacimento, impegno e vittimismo. Il narratore lo descrive così: “Sirio, con la tua felpa con cappuccio, la tua bandana davanti alla bocca e gli occhialetti rossi da piscina durante le manifestazioni, l’anticapitalismo fantasioso che ammalia professori e coatti da strada, il coltellaccio per tagliare l’hashish e le teorie sul controllo sociale, la capacità di sgusciare via da tutto e la profusione di droga in cambio di benevolenza, Sirio profondamente attento (senza mostrarlo) al mio sguardo dalla poltrona che ti fa mito.”

ULTIME COSE


Qui c’è un servizio bello e accurato del Tg3 Lazio fatto da Rossana Livolsi. È ambientato nello stesso bar di Centocelle che ha ispirato il romanzo, all’incrocio tra Via dei Platani e Via Tor De’ schiavi. Ci sono un po’ di spoiler.

Dal romanzo è stato anche tratto un audiolibro. Dura 11 ore e 55 minuti. Il tempo che ci vuole per percorrere Aosta-Ostuni senza fermarsi mai all’autogrill. Non so perché ho fatto questa misurazione, né se sia di qualche utilità, comunque lo trovate qui

Infine, su questa pagina ho trascritto un brano abbastanza peculiare. Può essere letto senza il contesto del romanzo. È una favola nera.