C’è un re dentro il suo castello immerso nella nebbia della brughiera. Da un po’ di tempo si sente stanco. Ha meno appetito, meno voglia di fare sesso, meno voglia di andare a caccia, meno voglia di ubriacarsi. Non lo sa ma c’è un piccola porzione di veleno in ogni portata che mangia. Ogni giorno più cospicua. Smette di bere e di darsi alle orge. Improvvisamente diventa molto più umano e cerca l’abbraccio della regina durante la notte. Ma il corpo della regina rimane freddo. È molto tempo che non scorre nulla tra di loro.
Ma chi lo avvelena?, chiedo e mi siedo anch’io con il busto rivolto verso il fiume.
Lui stesso, dice Tito.
Perché non smette di condire il cibo con il veleno?
È uno strano ordine che ha dato. Un ordine di cui si è scordato e che continua a essere eseguito.
E non c’è nessuno che assaggia il cibo del re prima che se lo porti alla bocca?, dico come se avessi totale dimestichezza con i meccanismi di tutela regali.
Il re ha fatto uccidere molte persone di cui non si fidava. Le ha fatte uccidere per istinto e non in base a prove certe. Tra questi c’era anche l’assaggiatore che in realtà era un prigioniero di guerra, dice Tito e sembra quasi che adesso dalle arcate del ponte sul Po alla nostra destra possano arrivare su delle zattere i personaggi fatti uccidere dal re.
Un re paranoico, dico con un tono un po’ paternalistico.
Tra le persone che ha fatto uccidere c’era chi effettivamente stava ordendo un complotto.
Potrei dirti che questa è la storia degli scrivani del re istruiti ad hoc per ricostruire la storia dal suo punto di vista. La storia la scrivono i vincitori, dico.
Potrei dirti che invece questa è la storia che insinui tu per avvalorare ribellioni contro il presente, qualsiasi esso sia. I vincitori non possono essere in torto solo perché sono i vincitori.
Ma nemmeno nel giusto, dico.
Queste sono le categorie dei sudditi: il giusto e l’ingiusto. Il subalterno percepisce sempre l’ingiusto.
Probabilmente perché percepisce una vessazione, dico.
Perché non vuole il potere. Per questo. Perché è più comodo vivere senza scegliere. Può scegliere di ribellarsi ma allora vuole il potere.
Vuole che sia giusto, dico.
Difatti in caso di vittoria istruirebbe scrivani ad hoc per riformulare le categorie di giusto e ingiusto.
Lo sta avvelenando un ribelle, dico mentre osservo le luci che riverberano dai locali che rendono l’acqua una pelle di leopardo lucida e al negativo.
Quest’uomo sta eseguendo gli ordini.
Ma se non è un ribelle perché continua ad avvelenarlo sapendo che morirà?
Non può sapere le finalità ultime di un ordine. Il potere andrebbe in pezzi se tutti riuscissero a scrutarlo. Quest’uomo che prepara il cibo è molto fedele, per questo non è stato ucciso. Solo il figlio del re è a conoscenza dell’ordine. Solo lui sa che il padre sta morendo per il veleno. Ma non fa nulla per impedire lo svolgimento. Il re invece si chiude nelle sue stanze. Da solo, senza consiglieri. Deve scegliere la direzione del salto e prendersi la responsabilità di quello che succederà. Decide di uscire a cavallo e di attraversare la brughiera. Il figlio del re non vuole che parta. È tentato dalla possibilità di rivelargli tutto ma si ferma. Il padre ha ciò che si merita, non ha avuto polso, solo orge e bevute. È tempo di cambiare sovrano. Il re sprona il cavallo e va via. È spossato e vede l’alba all’orizzonte come la sua ultima alba. Si ferma dopo aver cavalcato per chilometri. Si accampa e prova a dormire. Si risveglia nella notte, sente dei rumori attorno, poi un colpo in testa all’improvviso gli fa perdere i sensi. Al mattino non trova più nulla, né il cavallo, né le provviste. È così che inizia a piangere. Piange tanto che quasi non ci crede. Non aveva mai pianto. Tutti gli animali della brughiera rimangono in silenzio e interrompono la caccia, il volo, il sonno, la lotta. Il re inizia a urlare, si strappa di dosso i vestiti e inizia a colpire il terreno e gli alberi e le rocce, qualsiasi cosa incontra.
Il re è nudo, dico.
Ma non lo vede nessuno. È stanchissimo e si appoggia a un albero. Si accorge che ci sono dei frutti sconosciuti che pendono dai rami. Ne stacca uno, è color rosso e ha una forma ovale, la buccia è simile a quella di un arancio ma è dura come porcellana. Sono noci di sangue primitivo. Sono frutti scomparsi, li mangiavano gli antenati. Il re ne ricorda la descrizione fatta un giorno dalla sua balia, una vecchia che tutti chiamavano strega e che forse lo era. Lo apre con una pietra e ne mangia la polpa. Lontano intanto: il castello è in festa. Finalmente tutti possono fare come vogliono. Scorre vino, si mangia abbondantemente e ci si accoppia con tanto amore. La regina no. Piange i genitori dai quali era fuggita per fare l’amante di questo principe esuberante.
E tutti vissero felici e contenti, tranne la regina, dico con il guizzo di un bambino che ha masticato tante favole e mostra le cicatrici del disincanto.
Nel castello dopo due giorni di baccanali però il vino finisce, le ragazze sono stanche e i ragazzi sono passati ad accapigliarsi per futili motivi. Regna l’ordine del piacere e della paura. Gli orologi sono stati distrutti e nessuno possiede più un nome fisso. Solo che il carnevale per andar bene deve durare un giorno. Alcune persone si affacciano dalle torri e guardano lontano. La brughiera è immobile e nella nebbiolina si intravede solo la forma delle proprie fantasie. Il re lentamente riprende le forze e decide di non tornare più indietro. Inizia a girovagare e scopre cose che non aveva mai visto. Scopre che la natura è molto più forte di lui. Si unisce a un gruppo di vagabondi che dormono all’aria aperta e mangiano ciò che trovano. Loro non sanno chi è. Lo accolgono. C’è questo bambino senza genitori che uccide i piccoli animali e fa dispetti a ognuno di loro. Il re, quando si sveglia una mattina con i piedi legati, ha l’istinto di picchiarlo come fa il resto del gruppo. Poi però lo prende con sé e gli insegna a nuotare, a tirar di spada, a cavalcare, a lasciar perdere farfalle e scoiattoli e a cacciare i grandi animali. Gli mostra come il guscio spaccato e svuotato della noce di sangue può essere usato come una tazza per raccogliere acqua dalle piante.
Il re crea un nuovo regno… ma perché me la stai raccontando?, dico con l’acuta consapevolezza di aver perso completamente il baricentro di quello che dovrei e non dovrei fare adesso nella mia vita e con il ragionevole dubbio che cose un po’ più dirimenti hanno bisogno della mia attenzione e che ascoltare la favola di mio fratello ancora evidentemente alterato dopo un litro abbondante di vomito è qualcosa che non rientra nel regno del dirimente.
Perché non conosci Pierpaolo. Questa favola è la sua favola… nel castello il cuoco ripone in credenza la polvere velenosa con cui condiva le pietanze del re. Le stanze sono sporche. Sedie, armature, tavoli, quadri, candelabri sono devastati. Alcuni provano a far pulizia ma chi distrugge è più veloce. Nessuno ha la forza di tenere a bada gli altri. I più acuti dicono che nessuno ne ha il diritto. I più acuti a volte sono i più forti. Il figlio del re reclama il trono ma per adesso non c’è nessuna legge di cui si può avvalere. Un vecchio consigliere di corte prende il figlio da parte e gli dice di aspettare che passi la burrasca. Questa esigenza della Regola viene avvertita da molti. Le persone si riuniscono per stabilire una nuova legge. Un gruppo di loro prevale e convince gli altri, soprattutto i più deboli, a creare una società di eguali. Nessuna distinzione di censo, di ricchezza, di razza e di genere. I più forti non ci stanno e nel castello infuria una battaglia che dura diversi giorni. È tremenda: i più forti prevalgono, uccidono, torturano e incarcerano gli altri. Poi scrivono la legge. Loro saranno comandanti e strateghi e amministratori. Gli altri, i più deboli, spazzeranno, coltiveranno, faranno i giullari e cucineranno. Lontano nel frattempo il re sorveglia sempre il bambino e ne diventa il padre e il maestro. I vagabondi chiedono al bambino se il guscio di noce spaccato e riempito a metà sia mezzo pieno o mezzo vuoto. Il re dice che è una domanda da stregoni che non si deve fare a un bambino per divertirsi. Ma il bambino risponde: è mezzo pieno d’acqua e mezzo pieno d’aria.
Vanno ammazzati da piccoli quelli zen già in fasce, dico ma in realtà c’è una parte del mio cervello che cerca di aggrapparsi alla morale nascosta della favola e non trova appigli. Che vuol dire che è la favola di Pierpaolo? Chi cazzo è Pierpaolo, un esopo in divisa? Un aedo della repressione? Un forgiatore di miti del Male? Mentre le domande carambolano nel mio cervello, comprendo, dalla loro forma, che anch’io sono un po’ ubriaco.
Dopo diversi giorni i vagabondi incontrano un gruppo di predoni. Il re parte all’attacco e ne aggredisce uno. Poi si volta e vede che il suo gruppo è rimasto indietro e nessuno dei predoni ha attaccato il gruppo. I vagabondi e i predoni non sono nemici: i vagabondi non hanno nulla da farsi rubare e i predoni a volte donano delle cose o del cibo avanzato dalle loro razzie. Però adesso che sono stati attaccati pretendono la vita dell’uomo che ha attaccato. Un predone lo riconosce. O ci date quell’uomo o vi uccidiamo tutti, è così che dicono. Questo predone ricorda quando il re guidava l’esercito per debellare i predoni che assaltavano i carichi verso il castello. Il predone era un bambino ma ricorda quel giovane principe che gli uccise i genitori. Il re si volta e vede del fumo nero all’orizzonte, viene dalla direzione del castello. Nel castello le fiamme vengono dalle celle. Le hanno appiccate i prigionieri. Gli altri decidono di tirarli fuori. Anche se qualcuno si oppone e preferirebbe vederli bruciare: i più acuti tra i forti sospettano una trappola. In quel momento i coltelli delle cucine, le vanghe dei contadini e i martelli degli artigiani diventano armi, le stoffe diventano trappole, l’olio viene fatto bollire e gli escrementi degli addetti alle latrine vengono lanciati dentro barili incendiati. C’è una sollevazione generale contro i forti che però si riorganizzano in fretta. Riprendono quasi tutto il castello. I ribelli sopravvissuti sono protetti da un grosso portone dentro le stalle reali. Gli altri, dopo aver tentato invano di forzarlo, si dedicano a uccidere i sopravvissuti nelle celle. Poi si riposano e mangiano. Il consigliere muore per le ferite ricevute in battaglia. Nel frattempo il re si prepara a essere ucciso. Il predone stringe la corda all’albero dell’impiccagione. Il re è sopra un pezzo di tronco e infila il collo nel cappio. Il predone dà un calcio al tronco. I piedi del re scalciano l’aria. Il bambino cresciuto dal re esce di corsa dal gruppo e mette le sue spalle sotto i suoi piedi. Il re gorgoglia e gli dice di andare via, lo scalcia al posto dell’aria. Ma il bambino resiste e continua a portare il suo peso sulle spalle. I vagabondi che accompagnavano il re pensano che il bambino è un segno del destino. Dicono ai predoni che un figlio non può vedere il padre morto così. Il predone fa di sì con la testa, poi afferra il bambino per la gola e lo sgozza.
No…, dico e mi accorgo solo adesso di essere avvolto dalla materia di cui è fatta questa storia, come se fossi nella pancia di una balena che attraversa le acque scure del Po, protetto da metri e metri di caldo animale e lontano dai locali illuminati e dalla fila di persone che scorre alle nostre spalle.
Nel castello i forti decidono di prendere per fame i rifugiati nelle stalle. Li faranno morire di inedia. Dopo dieci giorni i forti dicono al cuoco di cucinare una cena sontuosa con la migliore selvaggina. Apparecchiano nei pressi della stalla per stanare i ribelli con l’odore di carne. Gli arcieri pronti, schierati e rivolti verso la porta della stalla. Il cuoco del re dice che non si possono far morire di fame le persone, dice che bisogna trattare con i ribelli chiusi nelle stalle reali, anche loro sudditi del re. I forti dicono che il re è morto e che il figlio è d’accordo con loro, il potere non si tramanda più con il sangue, il potere è dei migliori. Lontano intanto il re sta soffocando impiccato. Il predone orfano vede l’odio nei suoi occhi, vede che il re non chiede pietà ma vendetta per il bambino morto. È così che con lo stesso machete sporco di sangue taglia la corda del re. Il re cade a terra e non si rialza. Tutti aspettano un gesto, qualcosa, ma il re inizia a piangere. È un pianto diverso dal precedente, è un pianto sommesso che non chiede nulla al cielo, un pianto senza lamento. Un pianto che non ti rialzi più a meno che tu non riesca a trovare qualcosa in cui credere. Il predone lo colpisce con un calcio e poi gli getta vicino una spada. Prendila e combatti se sei un re, gli dice. Nel castello il cuoco serve la cena che è la più buona di sempre e tutti mangiano e cercano di far impazzire i rinchiusi descrivendo le pietanze. I rinchiusi non escono. I forti, uno dopo l’altro cadono morti in terra. Anche il figlio del re. Il cuoco li ha avvelenati. Dentro le stalle sono rimasti in pochi. Alcuni sono morti di fame, alcuni sono stati uccisi e mangiati, alcuni si sono uccisi dopo aver mangiato il proprio compagno. Il cuoco con l’aiuto della regina porta via tutti i morti. Urla ai pochi sopravvissuti delle stalle che il pericolo è cessato e possono uscire. Quelli escono e mangiano subito il cibo avvelenato. Sanno che è avvelenato perché il cuoco li ha avvisati.
Il cuoco poteva levare il cibo, dico.
Il cuoco è uno che ha fede e non baratta la sopravvivenza con la vita. Il cuoco sapeva che per i sopravvissuti non era possibile tornare a vivere dopo quello che avevano fatto e subito. Lontano intanto il re afferra la spada e si alza. Il predone lo fronteggia senza nulla in mano. I vagabondi se ne vanno perché non si versa ancora sangue dopo che è stato ucciso un bambino. I predoni se ne vanno perché non si lascia un’altra possibilità di vivere a un nemico già sconfitto. Rimangono due uomini che non hanno nulla da perdere eccetto la loro vita. Il re vede il guscio di noce rotto del bambino abbandonato in terra. Passano dei giorni e il re decide di tornare al castello.
Oh aspetta. E il predone? Che succede tra loro? Come finisce il duello?
Non sappiamo se c’è un duello. Questa parte non c’è nella favola. La decide chi ascolta. La decide senza comunicarla agli altri. Il re bussa alle porte del castello. Il cuoco lo accoglie e gli comunica che la regina è nella sua stanza. La regina gli racconta tutto ciò che è successo dalla sua partenza. Il re si accoccola nel grembo della regina e poi dorme per giorni e nei sogni trova il bambino e le domande che non si è mai fatto. E prima di svegliarsi, l’ultima immagine del sogno è il suo figlio reale che si chiude da solo dentro un guscio di noce. Al risveglio del re il cuoco prepara la colazione. Con il solito pizzico di veleno in polvere che ha tirato fuori dalla credenza. L’ordine non è mai stato revocato. Il re però non si siede a tavola, prende la sua corona e la mette sulla testa del cuoco. Adesso sei tu il re, gli dice, perché hai obbedito anche in mia assenza e io non sono più in grado di comandare. Il re prende la regina e esce dal castello. Il cuoco vestito delle sue umili vesti e della corona scintillante vede attraverso le vetrate intarsiate del castello la grande campagna che si stende e i due che la attraversano. Il cuoco re è solo nel castello. Fine.
Tito si alza. Io rimango seduto. Le persone alle nostre spalle sono diminuite.
Andiamo a casa?, dice Tito.
Ma che vuol dire la favola?
